martedì 26 maggio 2015

Andare all’asilo è come andare in ufficio



Ultimamente mia figlia ha perso un po' della sua voglia di andare all'asilo. Non credo ci sia un motivo particolare, probabilmente è un insieme di fattori: l'arrivo del primo caldo, la primavera, i mesi passati, un po' di routine.
Mi sto rendendo conto che noi genitori abbiamo una visione idilliaca, o comunque molto edulcorata, dell’asilo. Andare all’asilo non è come avere un biglietto gratis compreso di saltafila per Disneyland.
Nonostante tutto, l’asilo è un ambiente chiuso, a parte lo spazio del giardino che, comunque, è recintato. E’ un ambiente da condividere con altri bambini, che si vedono tutti i giorni e che, comunque, non sono tutti i nostri migliori amici. La giornata è scandita da attività precise, che se ne abbia voglia o no. Ci sono le maestre che danno indicazioni su cosa fare, e in alcuni casi anche su come farlo. Ci sono regole da seguire.
Da questa prospettiva, la tanto invocata dalle mamme e dai babbi differenza tra l’asilo dei piccoli e il lavoro dei grandi appare molto ma molto più sfumata.
In realtà, temo, se potessimo fare il classico scambio di ruoli vedremmo tante somiglianze.

martedì 19 maggio 2015

11 indizi per cui non sei un bravo papà

Il programma radiofonico Chiamate Roma Triuno Triuno del TrioMedusa mi accompagna tutte le mattina nel mio tragitto tra casa e lavoro. Dopo aver portato mia figlia all’asilo, rientrando in auto è d’obbligo il passaggio dal CD de Le Tagliatelle di Nonna Pina alle frequenze di Radio Deejay.
Tra le tante idee divertenti, che sono la causa di sguardi imbarazzati di chi mi vede ridere mentre guido o mentre cammino per strada con le cuffiette, mi sono voluto cimentera con la rubrica “Gli 11 indizi” di Francesco Lancia, che certamente perdonerà la mia audacia, e non potevo che farlo trattando l’argomento della paternità.

Così, ecco “gli 11 indizi per cui non sei un bravo papà”:

11 - Tuo figlio conosce la programmazione notturna di RaiYoYo e Cartoonito.

10 - Al parco spingi tuo figlio a giocare insieme ai bambini con le mamme più carine per avere occasione di conversazione.

9 - Quando vedi un posteggio libero lontano, fai scendere tuo figlio dall’auto e lo mandi zigzigando nel traffico a tenertelo occupato prima del tuo arrivo. 

8 - A casa decidi di alzarti per andare a cambiare il pannolino di tuo figlio solo quando non riesce più a muoversi per il peso del contenuto.

7 - Tuo figlio è diventato abilissimo nel contrattare le cose da fare in cambio di caramelle, gelato, televisione, figurine e giochi nuovi.

6 - Pensi che la forza di gravità sia più comoda dei fazzoletti per liberare il naso di tuo figlio.

5 - L’ultima volta che sei andato al multisala per vedere un cartone animato hai convinto tuo figlio a guardare un film da grandi in cambio di doppio popcorn e bibita giganti.  

4 - Tuo figlio pensa che la fase digestiva di tutte le persone sia rumorosa.

3 - Quando accompagni tuo figlio all’asilo la maestra ti fa notare che sotto il grembiulino c’è ancora il pigiama.

2 - Per fare prima dai a tuo figlio il latte di tua moglie ancora congelato come fosse un ghiacciolo.

E il primo indizio per cui non sei un bravo papà è:
1 - Quando vieni via dal parco con tuo figlio, lui piange, si dimena e non vuole entrare in auto. Poi guardi meglio e scopri che è un altro bambino.

lunedì 11 maggio 2015

Alcuni modi per uscire dalla cameretta di vostro figlio quando si è appena addormentato

Il sistema antiuscita a infrarossi di mia figlia
Chi ha bambini sa quanto sia difficile uscire dalla loro stanza dopo che si sono appena addormentati. 
Sembra, quasi, che abbiano un piccolo pulsante, nascosto chissà dove nel loro letto, che premono appena sentono che gli occhi si stanno per chiudere. Il congegno attiverebbe un sistema di rilevazione a infrarossi davanti alla porta della loro camera per controllare che tu non esca.  
Basta il minimo rumore come lo scrocchiare delle ginocchia, un lieve cigolio del parquet o semplicemente struciare lungo il muro per vedere aprire improvvisamente gli occhi come se fosse appena scoppiata una bomba a pochi centrimenti dal loro cuscino.
Nel giro di qualche secondo scopri se sei stato scoperto perché senti una vocina stizzita che ti richiama all’ordine: “Babbooooooo” o “Mammaaaaaaa”.
Non puoi considerare passato il pericolo neanche dopo essere uscito dalla stanza. Sembra che riescano a percepire lo spazio vuoto occupato dal tuo corpo fino a pochi minuti prima.

Credo che ogni genitore sviluppi proprie teniche di allontanamento dal letto dei propri figli nel modo più silenzioso possibile.
Mi sono divertito a individuare alcune modalità che permettono di uscire dalla cameretta minimizzando i possibili rumori: 
  • la modalità “vogatore”: chi sta seduto accanto al lettino può uscire rimanendo in quella posizione e spostandosi con l'aiuto delle gambe e delle braccia come si fa con il vogatore.  
  • la modalità “gobbo di Notre-Dame”: uscire camminando con la schiena e le gambe piegate pensando che la posizione curva sia più silenziosa di quella eretta. 
  • la modalità “mimo”: uscire dalla stanza compiendo i normali movimenti ma a rallentatore. 
  • la modalità “moonwalker”: provare a uscire camminando all’indietro guardando il bambino. Questo permette di percepire eventuali movimenti delle sue palpebre per fermarsi al primo movimenti evitando che li apra definitivamente. 
  • la modalità “passo del giaguaro”: uscire distesi a pancia in giù, al di sotto della linea del letto, riducendo al minimo le probabilità di essere intercettati. Tratta dalle tecniche di addestramento militare, in questo caso è proprio una “guerra” per il sonno. 
  • la modalità “Matrix”: superare le leggi conosciute della fisica per fare movimenti veloci senza fare alcun rumore, riuscendo anche a fermarsi a mezz'aria. Non tutti possono raggiungere questa tecnica. Leggenda vuole che, al di là dell’impegno, sviluppino certe capacità solo i genitori di gemelli numerosi (dai quattro in su).
Ah, quasi dimenticavo. Un ultimo consiglio preziosissimo: mai e poi mai sedersi sul loro lettino o, ancora peggio, sdraiarsi. Perché in quel caso, prima di usare le tecniche appena illustrate, dovrete alzarvi dal loro letto. E non potete rendervi conto di quanti rumori fareste.

lunedì 4 maggio 2015

I gruppi scuola di mamme su WhatsApp


Tempo fa avevo scritto un post sui gruppetti di mamme fuori dall’asilo. Ultimamente ne vedo sempre meno e ho cercato di capirne la ragione.
Sarà per un improvviso aumento degli impegni lavorativi, effetto del Jobs Act di Renzi? No, gli indicatori economici portano a scartare questa motivazione.
Le mamme hanno perso la loro abitudine alla chiacchiera e al confronto su nido/asilo/scuola dei loro figli? No, credo proprio che sarebbe più probabile un boom economico in Grecia.
C’è stata un’esplosione delle adesioni al trasporto scolastico? No, il pulmino è sempre lo stesso e non vedo bambino ammassati dentro o addirittura sul tetto.     
L’individuazione della motivazione mi toglieva il sonno. Temevo che il futuro di intere generazioni fosse in pericolo a causa di mamme disinteressate a tutti gli aspetti della crescita dei loro figli come istruzione, alimentazione, socializzazione, attività sportive o ricreative, conoscenza delle lingue straniere e dell’informatica.
In realtà, come spesso succede, avevo la spiegazione proprio sotto gli occhi.

Si sa che la tecnologia influenza e modifica i nostri comportamenti. Così è avvenuto anche per i gruppetti di mamme che dall’uscita di scuola si sono trasferite in comunità virtuali grazie a Whatsapp. I benefici ottenuti sono incalcolabili rispetto ai brevi momenti ben definiti nell’arco della giornata in quanto le discussioni tra mamme possono sfruttare il vantaggio di non avere vincoli né temporali né fisici. Si può comunicare in qualsiasi orario e da qualsiasi punto del pianeta.  
Non essendoci più quei limiti, si può parlare veramente di tutto: della scelta del regalo alla maestra, della gita dei bambini, della partecipazione agli eventi del weekend, delle ricette di dolci, di come fare la pasta madre in casa, ecc. L’unico limite è la fantasia delle mamme che, per definizione, è illimitata.
Così capita di avere questi dialoghi
“Ho visto tua figlia nella foto dell’asilo” – “Ah, sì? Ma dove?” – “Me l’hanno inviata su Whatsapp. Ma tu non ci sei?”
“Che ne pensi di quella proposta per la gita?” – “Quale?” – “Quella che circolava su Whatsapp. Ma tu non ci sei?”
Se non sei su Whatsapp, sei escluso da tutta una serie di informazioni. Se provi a ribattere dicendo che non hai letto niente sul quadernino delle comunicazioni dell’asilo, ti guardano come se avessi detto che stai ancora aspettando che dall’asilo arrivi il piccione viaggiatore con il messaggio legato alla zampetta.

Ci sono alcune cose importanti da sapere su questi “gruppi scuola” di Whatsapp:
1. sono composti interamente da mamme, come i gruppetti fuori dalle scuole. Difficile trovarci un padre, magari è finito per sbaglio nell’elenco dei numeri di cellulare. Su questi temi, più che Whatsapp si può tranquillamente parlare di Whatsmam.      
2. se sei entrato nel gruppo non ne puoi uscire. Come avviene nelle sette, chi abbandona compie il più grande sgarbo. Puoi non leggere mai i messaggi, puoi non commentare o rispondere mai ma non puoi uscirne. E’ una cosa che non si fa. Un po’ come togliere l’amicizia su Facebook. Ci si fanno dei nemici. Non vorrete mica inimicarvi tutte le mamme della scuola di vostro figlio? La regola è che il gruppo vale più del singolo. Guardate come è andata a finire tra Tom Cruise e Katie Holmes quando tra loro si è messa Scientology.         
3. è vivamente consigliato togliere la suoneria ai messaggi perché possono arrivare a qualunque ora della notte e del giorno. Alcune mamme, che vogliono rimanere anonime, mi hanno raccontato che d’inverno i messaggi possono arrivare anche la mattina alle cinque e mezzo. Se una mamma vede qualche fiocco di neve inizia la discussione se mandare o non mandare i bambini all’asilo, a chiedersi se la scuola sarà aperta. Mi hanno parlato di discussioni andate oltre la mezzanotte o di mamme offline tutto il giorno che alla sera hanno trovato così tanti messaggi da leggere da essersi addormentate con lo smartphone in mano.

Chissà a quale evoluzione dei gruppi di mamme porteranno le prossime innovazioni tecnologiche.

martedì 28 aprile 2015

Avere il coraggio di dire ai nostri figli che certe cose costano fatica

Lo scorso 23 aprile è stata celebrata la Giornata mondiale del libro. Tra le tante iniziative c’era #ioleggoperché che aveva l’obiettivo di far avvicinare alla lettura il maggior numero di persone regalando copie di libri più o meno famosi.
Mi sono fermato a riflettere sul fatto che bisogna essere onesti nel dire che leggere è faticoso. Chi legge sa quanto sia bello farlo, per tante ragioni. Può essere meraviglioso ma questo non significa che non richieda impegno.
Lo dico perché in un mondo che ormai si muove a velocità sempre maggiori, nel quale le notizie diventano vecchie dopo pochi minuti, con applicazioni che ti fanno avere “tutto e subito” può sembrare che parlare di libri sia quasi anacronistico. Come dei moderni Don Chisciotte che lottano contro mulini a giga, ops a vento.
Dobbiamo essere sinceri con i nostri figli facendo capire loro che non tutto potrà essere semplice e veloce ma, che certi risultati richiedono tempo e fatica. Sembra che oggi "fatica" sia quasi una parolaccia, in un momento dove tutti cercano di ammiccare ai bambini e ai ragazzi cercando di proporre soluzioni gradite quasi per ottenere il maggior audience possibile. E’ importante motivare e coinvolgere ma questo non significa indicare sempre la via più facile in quanto potrebbe non consentire di ottenere l’obiettivo che si vuole raggiungere.
Così facendo gli adulti dimostrerebbero ancora una volta di abdicare al loro ruolo, per apatia o per un senso di sfiducia.  
Bisogna avere il coraggio di dire ai nostri figli che per certe cose dovranno faticare ma che vale la pena farlo. Ma dobbiamo essere noi i primi a esserne convinti.
Come non pensare alla tanto bistrattata scuola, alla necessità di stare a casa a fare i compiti anche quanto i bambini, ma in molti casi gli stessi genitori, vorrebbero uscire. Alla necessità di studiare a memoria, anche se con pochi click si ha la sensazione di conoscere qualsiasi argomento, o di leggere un libro, anche se ne è stato fatto un bellissimo film con un protagonista da Oscar.

Se non riusciremo a far capire lo scopo di quell’impegno avremo fallito il nostro ruolo educativo e, usando un gioco di parole, Facebook vincerà sempre sui book.

lunedì 20 aprile 2015

“I bambini sanno” e “I bambini pensano grande” ma non sono dei piccoli guru

C’è molta attenzione nei confronti del mondo dei bambini, lo testimoniamo i tanti libri e blog. Recentemente il docufilm “I bambini sanno” e il libro “I bambini pensano grande” hanno acceso un riflettore e, soprattutto, un microfono sul mondo dei bambini dando loro visibilità e voce.
C’è il rischio, però, che si guardi ai bambini come a degli idiot savant, che noi consideriamo non al nostro pari ma che, per chissà quali ragioni, possono darci risposte illuminanti. O che si sfoci nel mito del “buon selvaggio”, in questo caso del “buon bambino”, secondo il quale i bambini sono intrinsecamente buoni non essendo ancora corrotti dalla società e dal mondo degli adulti.
Credo che sia emblematica la frase detta da uno dei protagonisti e inserita nella locandina del film: “Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio” che denuncia il fatto che i genitori ascoltano poco i figli. Chi legge il libro o vede il film si rende conto di quanto hanno da dire i bambini, senza che questo debba necessariamente tradursi in perle di saggezza e senza farne dei giovanissimi guru. E’ un messaggio indirizzato soprattutto a chi ha a che fare con loro quotidianamente: genitori sempre di corsa e troppo impegnati a dare un futuro ai propri figli, o insegnanti pressati da programmi da rispettare, per avere anche il tempo di ascoltarli.
Penso che l’obiettivo principale di queste opere, o almeno quello che gli attribuisco io, sia di sensibilizzare gli adulti a un maggior rispetto e ascolto nei confronti del mondo dei bambini qualsiasi cosa abbiano da dirci e senza aspettarci necessariamente spiegazioni sul senso della vita. Un ascolto che non sia passivo ma che si traduca in un dialogo tra generazioni perché, diversamente dai bambini, sono gli adulti ad avere gli strumenti per costruire e modificare la società in cui vivono.
Sarebbe interessante sentire cosa avranno da dire tra dieci anni gli stessi bambini intervistati oggi da Veltroni.

martedì 14 aprile 2015

Di bulli e scherzi pesanti

Ultimamente la cronoca racconta sempre più spesso di episodi di bullismo dentro e fuori la scuola. Gesti violenti, ricordando che la violenza non è solo quella fisica, amplificati dalle potenzialità della tecnologia moderna ormai a disposizione di tutti e a tutte le età.
Altrettanto spesso, si leggono le reazioni dei genitori dei cosiddetti bulli che tentano di giustificare l'accaduto riconducendo certe azioni a semplici scherzi, ragazzate o bravate. Basterebbe avere a disposizione, e soprattutto usare, un vocabolario per capire che tali termini non sono assolutamente sinonimi.

Personalmente credo che sia veramente molto semplice per tutti capire il discrimine tra uno scherzo e un atto di violenza. In uno scherzo si ride insieme, non contro qualcuno. Basterebbe osservare la reazione di chi ci sta di fronte. E' qui, forse, il punto veramente difficile: riuscire a guardare gli altri.

Qualche sera fa, mentre improvvisava un balletto sul parquet, mia figlia ha fatto uno scivolone. Io le ero di fronte e le ho sorriso per rassicurarla che non era successo niente di grave.
Lei ha inteso male, ha corrugato la fronte e mi ha rimproverato.
Perché ridi?”
Non stavo ridendo, ti stavo sorridendo per farti capire che non è successo niente.”
... perché se ridi, io ci rimango male.

Eccola. La semplicissima regola spiegata da una bambina di 4 anni: se ci rimango male non c'è niente da ridere.