mercoledì 17 settembre 2014

Neanche i babbi si salvano dai rimproveri


Ultimamente mia figlia ha riscoperto un pupazzetto carillon, un topino, da portare nel suo lettino per addormentarsi. E’ stato in assoluto il primo regalo, lo comprai in farmacia il giorno in cui lei e la mamma arrivarono a casa dall’ospedale. Ricordo che lo portai a casa, lo legai alla culla e feci partire la musica chissà con quali aspettative. Lei non dimostrò di gradire molto quel suono e il topino rimase come pupazzetto perdendo la sua funzione principale.
Nonostante l’avesse avuto sotto gli occhi tutto questo tempo, per chissà quale strana alchimia, recentemente è sbocciato l’amore.
Lo cerca, lo accarezza e da qualche settimana lo tiene vicino al cuscino e tira la cordicina tante volte prima di addormentarsi. Chi, mamma o babbo, è vicino al suo lettino prima della nanna riceve il prezioso dono del topino con il compito di far ripartire la musica.
Così ieri sera, alla quarta o quinta volta che facevo partire la musica e pensando che ormai si fosse addormentata, ho appoggiato il topino sul lettino per lasciare la stanza.
D’improvviso, senza neanche girarsi, con tono irritato mia figlia mi ha rimproverato: “Babbo, è finita la musica!”
“Va bene, adesso la faccio ripartire” ho risposto.
E lei: “Ma non te le devo dire io queste cose!

sabato 13 settembre 2014

A settembre parte la corsa ai corsi

Con l'inizio di settembre nelle chiacchiere tra genitori spunta un nuovo argomento: i corsi da far frequentare ai propri figli. Non solo per i bambini delle elementari ma addirittura per chi è al nido o all'asilo.
Nelle conversazioni non manca mai il riferimento alla lingua inglese. Anche chi riesce a malfatica ad azzeccare un congiuntivo in italiano o chi si ferma al "My name is", elenca i benefici dell'insegnamento sin dalla più tenera età. Come per dire "Se me l'avessero fatto studiare a me all'asilo, ora farei l'interprete".
A far odiare l'inglese a mia figlia ci ha pensato la Peppa. Pensare di far vedere tre volte di fila uno stesso episodio mi sembra che sia un metodo "educativo" un po' da Arancia Meccanica.
Per non parlare di chi non può far mancare anche qualche ora di sport in quanto favorisce il coordinamento e la disciplina.
Così le agende dei bambini si infittiscono di impegni tali che per stare a casa con i genitori ci vuole quasi un appuntamento da pianificare con largo anticipo.

Lo canta anche la protagonista de "Le tagliatelle di Nonna Pina": "... invece oltre la scuola cento cose devo far, Inglese, pallavolo e perfino latin-dance e a fine settimana non ne posso proprio più..."
 

lunedì 8 settembre 2014

Bambini a contatto con la natura

Molto spesso i nostri figli hanno un'idea della natura che deriva principalmente dai cartoni animati. Dove gli animali sono antropoformi, stanno in posizione eretta, sono carini, hanno un aspetto curato e pulito. Non si sentono gli odori dalla televisione ma qualcuno potrebbe immaginare che siano anche profumati.

Così, per quanto possibile, cerco di fare aver a mia figlia un contatto il più possibile diretto con la natura. 
In questa estate piovosa, ad esempio, quando smetteva di piovere e i giochi del parco erano bagnati coglievamo l'occasione di una passeggiata per andare a vedere le chiocciole.
A quell'età tutto è una scoperta. E poi i bambini sembrano avere un'attrazione particolare per gli animali.
Nelle fiere di paese succede spesso di riuscire a vedere da vicino gli animali delle fattoria. Non c'è bisogno di specie esotiche per incuriosire un bambino. Basta un pulcino. 
L'entusiasmo di mia figlia è passato velocemente dalle stelle alle stalle, è proprio il caso di dirlo, quando ha sperimentato in prima persona che i maiali puzzano. Li guardava tappandosi il naso con le dita. Eh sì, sono maiali veri, non sono Peppa e George!
L'esperienza sul campo favorisce l'attenzione e la curiosità porta a fare decine di domande. 
"Perché gli asini hanno la coda?"
"Perché le mosche stanno sulle mucche?"
"Dov'è il babbo di quel pulcino?" 

Ricordo che lo scorso anno nel periodo di Natale siamo andati a fare un giro e abbiamo deciso di visitare uno zoo che c'era da quelle parti.
Dopo pochi metri dall'entrata c'era una renna in un recinto. 
Mia figlia mi ha guardato e mi ha chiesto "Babbo, perché la renna di Babbo Natale è rinchiusa?"

lunedì 1 settembre 2014

Quando io e Jovanotti saremo vecchi

“La vecchiaia è una brutta cosa.” Me lo diceva mia nonna con quel tono un po’ irriverente, ironico e dissacrante che si respira in alcune parti della Toscana, dove si impara sin da piccoli il gusto della battuta. Dove si apprende, solo per il fatto di stare con gli altri, che si può parlare di qualsiasi argomento anche a costo di apparire un po’ cinici. Nessuno si salva, né fanti né santi.
Così anche io quando i miei genitori si lamentano dell’età che avanza dico loro che l’alternativa è sicuramente peggiore. Chissà, forse è un solo modo per esorcizzare.
C’è chi dice che non si possa ragionare sulle cose senza averle vissute veramente. E che, quindi, non si possa parlare della vecchiaia senza averne provato gli acciacchi e le sensazioni sia fisiche che psicologiche.
Allo stesso modo, probabilmente è inutile da genitore tentare di ragionare da nonno anche se, secondo me, ognuno si porta dietro negli anni e nella vita le proprie caratteristiche.
Ma, come dicevo prima, per il mio essere "bastian contrario" non posso non rilevare comportamenti che mi appaiono così estranei.
I nonni hanno bisogno di un contatto fisico. Ti devono dare e avere un bacio, non basta il gesto. No, ci vuole il bacio sulla guancia. Come nella scherma, se non c’è il tocco, non c’è il punto nella graduatoria dell'affetto. Ti devono dare una carezza sulla testa. Fortunatamente non siamo in oriente dove non si deve mai toccare la testa dei bambini. Chissà se questa fisicità è collegata agli anni che passano. Ma, nel caso dei bambini, è come provare a chiudere l’acqua in un pugno, non si trattiene. I bambini sono su un treno che parte mentre noi siamo fermi alla stazione, non c’è niente da fare.       
I nonni "aspettano la telefonata". Devono sentire la voce al telefono e impostare una telefonata come se stessero parlando con un adulto. Neanche il tempo di una risposta che già sono alla domanda successiva. Inutile che un bambino sia ancora troppo piccolo per collegare una vocetta che esce da un pezzo di plastica a uno dei nonni.
Ai nonni non basta “Un gettone per le giostre e poi basta”. Se sono di più è meglio. Lo sanno anche loro che l’affetto non si moltiplica per il numero di gettoni ma tant'é. Comunque non si sa mai, magari ci sono leggi del cuore che ancora non conosciamo.
I nonni ti devono dare un bocconcino dal loro piatto. Indipendentemente dal fatto che il cibo sia lo stesso di quello che sta mangiando il nipote o sia qualcosa assolutamente da adulto, tanto è un solo un pezzettino. Neanche stessero dando un bicchiere d’acqua a un disperso nel deserto salvandogli la vita.
I nonni hanno tutto il tempo e la pazienza che non hanno voluto avere da genitori. 

Ovviamente non tutti i nonni, ma tanti. Ne potrei scrivere chissà quante altre ma, come dicevo prima, c’è chi dice che non si possa ragionare sulle cose senza averle vissute veramente. Che siamo tutti destinati ad assumere, e io per primo, quei comportamenti che ho stigmatizzato poco sopra.
Io mantengo i miei dubbi e ascolto Jovanotti…

lunedì 25 agosto 2014

Mia figlia nel mio ufficio

Era già successo negli anni scorsi che portassimo nostra figlia a vedere dove lavoriamo. Serve un po’ per riempire di contenuti, rendendolo più concreto, quel “lavoro” che ci separa la mattina quando “mamma e babbo vanno a lavoro e tu all’asilo” o quando si sveglia e, come anticipato la sera precedente, uno dei due è già a lavoro.
Credo sia importante per un bambino piccolo conoscere anche questo aspetto della vita dei genitori, indipendentemente dal tipo di occupazione. Ovviamente non tutti i lavori possono essere interessanti agli occhi di un bambino, ma questo rientra nella normalità. Nel nostro caso, ad esempio, è sicuramente più affascinante quello della mamma. 

Qualche settimane fa mia figlia è venuta in autobus a prendermi in ufficio insieme alla mamma. Si è seduta al mio posto, ha visto un suo disegno attaccato alla torretta del mio pc e una foto insieme sul desktop. Soddisfatta, si è trasferita in una scrivania libera dove le ho fatto trovare un disegno da colorare del suo personaggio preferito. Nonostante tre evidenziatori colorati, giallo, arancione e verde, si è lamentata del fatto che non avessi i pennarelli colorati. Poi siamo usciti a fare una passeggiata per prenderci un bel gelato e le ho indicato alcuni posti dove pranzo durante la settimana.
La sera successiva mentre ci preparavamo per andare a nanna, senza che avessimo toccato l’argomento, mia figlia mi ha detto: “Babbo, domani voglio venire a lavoro con te (pausa) e poi andiamo a mangiare in quel bar.”
Molto probabilmente la seconda parte del suo discorso svelava il suo interesse principale ma mi sono tenuto tutto l’affetto della prima. Così le ho promesso che sarebbe tornata a trovarmi presto e che avremmo mangiato insieme.
Mia figlia a lavoro con me… Questa immagine non può che riportarmi alla mente una scena di un film, “Mary Poppins”, che ho molto amato e che mi ha fatto molto ridere e riflettere, quando l’astuta Mary Poppins fa in modo che il padre decida di portare i figli a lavoro con lui per passare più tempo insieme.
Vi consiglio di far conoscere ai vostri figli il posto dove lavorate.
Non preoccupatevi, non vi succederà come al Signor Banks.

mercoledì 13 agosto 2014

Il posto delle fragole

Con il passare del tempo i luoghi della nostra infanzia diventano sempre più luoghi della mente.
Per varie ragioni.
Perché hanno attraversato tutti i processi della nostra memoria che hanno trasformato gli eventi in ricordi, come il corso dell’acqua di un fiume modifica un sasso spigoloso smussandone gli angoli. 
Perché, a distanza di anni, anche noi stessi non siamo più quelle persone, siamo cambiati. Lo stesso vale per gli altri che hanno vissuto con noi quel periodo, i nostri genitori, i nostri amici.
Perché i luoghi, ancorché immutati, sono visti da una prospettiva completamente diversa. Chi ritorna dopo tanto tempo si rende conto che quella stanza non é poi così grande, semplicemente eravamo noi a essere piccoli, o che quell’albero non è poi così bello e divertente. Perché non è più il “nostro” albero. Arrampicarsi non è più un’avventura, troppo facile, e sotto c’è solo terra e foglie, non più un mare infestato da squali o strane creature marine.

Quei luoghi anche se ormai della mente vanno tenuti stretti e non vanno dati per scontato.
Non tutti hanno la fortuna di aver avuto un loro “posto delle fragole” nel quale, ogni tanto, a distanza di anni, anche se solo con la memoria, fa bene ritornare.

domenica 27 luglio 2014

Il primo ricordo che ho di te

Tra poco mia figlia compirà quattro anni.
Strane sensazioni. Da un lato sembrano volati via in un soffio, dall’altro sembra quasi di averli così pesanti sulle spalle da non poter reggere neanche l’aggiunta di una piuma senza cadere a terra.
Decine, se non centinaia, di immagini, suoni, voci. Alcuni impressi a fuoco nella mia mente, altri che sbiadiranno inesorabilmente. Continueranno, comunque, a far parte di me senza che io me ne renda conto. Magari salteranno fuori all’improvviso, richiamati dal qualcosa di un presente futuro.

L’altro giorno mi sono soffermato a pensare al primo ricordo che ho di lei. Non è la prima ecografia, benché l’avessi stampata, ritagliata e attaccata a casa.
Non è neanche la prima volta che l’ho vista in sala parto.
Riflettendoci bene è il primo tocco che mi ha dato alla mano attraverso la pancia della sua mamma. 
Da quella volta mi piaceva stare distesi sul divano con la mano appoggiata sul pancione che cresceva battendo leggermente con l’indice quasi a segnalare la mia presenza esterna alla ricerca di un altro contatto.